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Genere: Sparatutto
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Descrizione:
Medal Of Honor, a differenza della stragrande maggioranza dei titoli sui generis presenti sul mercato, non presenta una vera e propria “trama” a fare da sfondo alla progressione.
Il team ha infatti preferito ricreare, grazie alla collaborazione di diverse unità speciali dell’esercito americano, un setting attuale e credibile, nel quale indirizzare il giocatore lungo una serie di missioni che prevedono “semplicemente” la lotta al terrorismo medio-orientale sul territorio.
Nessuna improbabile invasione degli Stati Uniti, nessun super-ricercato da rintracciare, nessun ordigno nucleare rubato da disinnescare, ma la semplice opera di “messa in sicurezza” del territorio che l’esercito a stelle e strisce era stato incaricato -ai tempi- di portare a compimento.
Il titolo è accomunato però agli altri shooter bellici da una visione episodica delle vicende, che vedrà spostare il punto di vista dell’utente lungo l’intero reparto delle forze speciali (e non manca qualche piacevole cross-over).
Ci troveremo dunque nei panni dello Specialista Dante Adams (1° Battaglione, 75° Reggimento Rangers), del Capitano Brad Hawkins (pilota di Apache) e dei nomi in codice “Rabbit” e “Duce”, appartenenti rispettivamente ai DEVGRU (unità speciale della marina) e al 1° SFOD-D (la Delta Force specializzata nelle azioni “invisibili”).
Nel corso della campagna, della durata di 7/9 ore (a seconda della difficoltà impostata), ci renderemo conto di quanto sia stata alta l’attenzione infusa nella riproduzione d’ogni particolare, dalle divise all’equipaggiamento, dal modus operandi dei militari alle comunicazioni; una cura capace di garantire un notevole senso d’immersione, aumentando la caratura dell’opera.
Nonostante l’assenza di trama per come siamo abituati a considerarla, troveremo comunque un minimo di contorno e di continuità nelle azioni a schermo, amalgamate da non troppo entusiasmanti cut-scene, durante le quali verremo a conoscenza dei rapporti tra il comando dislocato sul territorio e la difesa a Washington.
Dal punto di vista del gameplay la nuova produzione made in Los Angeles non si scosta dal trend avviato dai capostipiti -almeno in questa generazione- del genere d’appartenenza, ovvero Call Of Duty e Battlefield: Bad Company.
Sorvolando tranquillamente la questione “controlli”, oramai identici in ogni produzione di questo tipo, possiamo invece parlare di uno sviluppo dell’azione che recupera le caratteristiche salienti dei citati capolavori, riamalgamandole con il cemento di un setting molto più credibile e donando loro un pizzico di dinamicità in più.
Medal Of Honor varierà infatti costantemente l’azione, modificando, a volte in maniera repentina, anche il punto di vista. Nel corso della campagna, nonostante la progressione risulti estremamente lineare, ci troveremo ad assaltare un villaggio, resistere ad un assalto e rastrellare un accampamento a bordo di un Apache nella stessa missione; dovremo assumere, a volte, addirittura due ruoli nel giro di pochi minuti, ad esempio nel salvare da morte certa uno dei quattro protagonisti utilizzandone un altro (una sezione davvero intrigante presentata a campagna inoltrata).
L’ampissima varietà d’azione, ottenuta grazie all’alternarsi di fasi a terra (interne ed esterne), sparatorie “on-rail” dagli elicotteri, momenti stealth ed episodi di guida, verrà dunque appoggiata da una dinamicità del tutto nuova in ambito FPS, coadiuvata, per quanto possa sembrare strano, da piccolissimi particolari come la gestione delle munizioni.
I compagni (quasi) sempre al nostro fianco, oltre a muoversi ed agire in maniera molto credibile, saranno sempre in grado di riempire completamente i nostri caricatori, consentendoci dunque una progressione più ritmata ed incalzante, che indugerà solo sul conteggio delle granate.
Il tutto, lo ribadiamo, filtrato da un realismo visivo davvero senza paragoni su console, che si traduce non tanto in bellezza grafica o estetica (di cui parleremo poi), ma in una credibilità della dotazione (interfacce dei velivoli, caratteristiche dei mirini telescopici, funzionamento delle armi), dei comportamenti e delle animazioni (ricarica, maneggio armi) che pecca soltanto nella presenza di proiettili infiniti (a qualsiasi difficoltà) per la pistola, sulla quale potremo contare in ciascuna missione.
Tale realismo, purtroppo, non si rifletterà sempre anche nelle meccaniche di gioco, che mostreranno la parte più vicina al Bad Company 2 conosciuto in single player. La connotazione arcade verrà sciorinata, in particolare, da due aspetti fondamentali: la presenza della proverbiale barra della salute invisibile per i nemici, che centrati al petto o alle gambe da “qualche proiettile” di M60 (che prevede, ricordiamolo, proiettili calibro 7.62 mm) si rialzeranno come colpiti da una pietra, e il sistema di mira, sul quale una parentesi è doverosa. Due in questo senso le “storture” principali: la prima concerne il meccanismo stesso di mira che, in diverse situazioni, è risultato leggermente impreciso, soprattutto a medie/lunghe distanze (le sensazioni sono proprio quelle di Bad Company 2, in cui pur certi di aver centrato il bersaglio si finiva con un buco nell’acqua). La successiva è legata all’influenza del vento e della gravità sulla traiettoria dei proiettili, che è totalmente assente. Lo dimostrano le diverse sezioni di tiro dalla lunga distanza, nelle quali vi troverete impegnati in colpi da oltre quattrocento metri messi a segno con una poco credibile traiettoria rettilinea.
Si tratta in ogni caso di piccolezze assolutamente non in grado d’inficiare una buonissima esperienza ludica, ma capaci comunque di far storcere il naso (specie ai puristi) se raffrontate alla qualità dei dettagli già elencati.
Meno trascurabile, invece, la qualità dell’intelligenza artificiale nemica che, come troppo spesso accade (l’unica vera eccezione è Halo), si comporterà in maniera estremamente scriptata e prevedibile. Se in un frangente sarà previsto il ripiego delle truppe alleate l’IA assalterà il gruppo, in caso contrario si limiterà ad un rateo di fuoco nemmeno troppo preoccupante e ad uno sfruttamento delle coperture banale e totalmente statico.
A conti fatti le cose non miglioreranno nemmeno al massimo livello di difficoltà dove, al solito, il nemico risulterà semplicemente più resistente; se non altro non assisteremo alla pioggia di granate di World at War.
Riguardo agli script, comunque, non tutto il male vien per nuocere: Medal Of Honor, come insegna Call Of Duty, si avvarrà costantemente di ingegnosi script, capaci di rendere più coinvolgenti e spettacolari (a patto di non violarli) le fasi stealth, gli accerchiamenti e, in generale, le situazioni ove il giocatore verrà messo sotto pressione.
Non fossimo soddisfatti del livello di sfida offerto dalla campagna “normale” potremo sempre ripiegare sulla variante Tier 1, una seconda versione nel corso della quale saremo chiamati a rispettare il cosiddetto PAR.
Le regole consisteranno in un intervallo di tempo da non oltrepassare e nell’impossibilità di selezionare il livello di difficoltà e ricevere proiettili dai commilitoni.
In nostro aiuto un sistema di bonus che consentirà di bloccare il cronometro per un certo numero di secondi effettuando un’uccisione corpo a corpo, inanellando una veloce serie di eliminazioni o centrando i nemici alla testa; contro di noi, oltre al tempo e ai nemici, l’assenza di checkpoint tra una missione e l’altra, che costringerà a ricominciare da capo in caso di decesso.
Al termine di ciascun incarico guadagneremo medaglie, punteggi e riconoscimenti che classificheranno in una speciale leaderboard la nostra competenza militare.
Un’alternativa piuttosto efficace alla non eccelsa longevità, nonchè un vero toccasana per i cosiddetti hardcore gamer.
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